




IL PALLONE (parte I)
Vent'anni insieme a lei
PREAMBOLO
Inizia lì, con un qualcosa che rotola su un campo infangato. Un'ideale giornata di sole sarebbe quello che ci vuole, provi a mettercela tu visto che il cielo non vuole saperne. Piccolo come una formichina entusiasta, con un'esaltazione inspiegabile che ti avvolge e ti trascina per i campi, a correre sempre, come se stessi fuggendo. In realtà chi fugge è lei, tu cerchi di domarla ma capisci che, nella sua inconcepibilità, la palla fa davvero ciò che vuole, soprattutto se sei ancora un bambino alle prime armi e senza troppa dimestichezza.
IO, BAMBINO
Comincia così l'infanzia di molti ragazzi nati in Italia, nel sobborgo di periferia in cui devi andare al pozzo la mattina presto di ogni domenica a prendere l'acqua, e ci vai portandoti dietro la tua nuova amica, così come nella città dai grandi palazzoni, con immensi cortili in cui sfogare le proprie energie. Vagare senza meta è una prerogativa fortemente "umana", se lo si fa dietro a qualcosa di verosimilmente sferico, anche solo nei tuoi sogni più intimi, diventa quasi un obbligo. Per me, bambino felice di stringere al petto il proprio pallone e di poterlo calciare, i prati erano distese di allegria, cieli, mari e monti da esplorare assieme a lei, crescendo e facendomi le ossa. Quando c'è un cambiamento non puoi fare a meno di constatare che lei è irrimediabilmente lì, se parlasse le chiederesti consiglio e probabilmente ti fideresti anche delle sue risposte, come fosse una sfera di cristallo. In realtà il suo lavoro lei lo svolge pienamente, perchè non dice la sua, ma ti influenza quando ti esprimi, nel tuo lanciare una battuta a sfondo calcistico-culturale ogni tre per due, così come nel fervore che ti caratterizza quando qualcuno le spara proprio grosse ("quello lì? ma quello è un brocco (...) cosa? non toccarmi l'idolo! (...) ma l'hai mai visto un pallone in vita tua?).
MERAVIGLIA
La prima socializzazione è una colonna portante nell'identità di un individuo. Identificarsi con mamma e papà fu facile, vederli ogni giorno e pensare di diventare grande seguendo le loro orme e crescendo con loro nella casetta di una via sperduta nel nulla.
Capii di amare il calcio quando mi resi conto che il mio essere bambino, ragazzo, adolescente, uomo, dipendeva dall'abilità con cui cullavo il pallone tra i miei piedi, pur sapendo di non essere una leggenda vivente. Per me era arte anche solo vedere come alcuni ragazzi, poco più che ventenni, accarezzavano il pallone, o come lo colpivano con violenza, imprecando se la palla non eseguiva gli ordini. Quanto è grande il mondo, pensavo nella mia testa, quanto me ne può fregare a me di quello che non comprende il calcio, giocato e non. Cominciai così a rimanere intrappolato nella tela "pallonara", ne rimasi contento e lo sono tuttora. Anche se qualcuno non capisce certi sbalzi d'umore quando lei non ne vuole sapere di entrare.
LA SCOPERTA
Dopo alcuni mesi, che in certi casi sono anni, in cui ti vendi al migliore offerente, capisci che è arrivata l'ora di affidarsi, calcisticamente parlando, al monoteismo. Scegli perchè, in quel momento, quei colori ti piacciono particolarmente, quel tale con la maglia numero 10 è un marziano, perchè quella squadra ha vinto due partite di fila, perchè quel giorno ti sei alzato mettendo giù il piede destro al posto del sinistro e altre fesserie che, vent'anni dopo, non ti ricorderai più.
Giunto al mio settimo compleanno, stagione 1988/1989, l'Inter vinse quello che, al momento, resta il suo ultimo tricolore. Allora ne sapevo davvero poco, supportavo i nerazzurri perchè lo faceva papà e tutto sommato nessuno poteva prendermi in giro da quel punto di vista. La mia ottima capacità di memoria mi permetteva già allora di conoscere i nomi dei più sconosciuti componenti della squadra (chi si ricorda di Morello in mezzo a tutti quei fenomeni?). La monumentalità di quel campionato a tinte azzurre e nere fa sì che io li sappia ancora oggi, pur non ricordando molto della formazione messa in campo da Orrico qualche anno dopo. La mia Inter non fu quella che vinse e dominò lo scudetto, o almeno non lo fu in quel momento. Quei ragazzoni che impartivano lezioni di calcio lungo lo stivale diventarono più tardi i simboli dei miei studi sulla storia passata di questo sport, ma allora erano solo uno sterile motivo di gioia e un mezzo molto utile per farmi entrare a testa alta nella mia classe il lunedì mattina. E' come se avessi vinto quello scudetto con qualche anno di ritardo. In tutto ciò, sembra incredibile, ma io quel gol di Matthaus al San Paolo me lo ricordo ancora...
LO STADIO
Se c'è un manuale sull'educazione, sicuramente non è stato scritto pensando al mio primo giorno allo stadio. Poche cose si ricordano nitidamente, di quel mio primo appuntamento nella casa dell'Inter mi viene in mente ben poco nel suo complesso, però due flash li ho ancora stampati in testa. Era il 1990, tifavo per la squadra campione d'Italia e in attacco non c'era Diaz ma Klinsmann. Il cervello non aveva dovuto fare grossi sforzi per memorizzare la formazione, visto che questa era l'unica differenza rispetto all'anno precedente. Il cielo non prometteva nulla di buono, era inverno o al massimo autunno, ho un'immagine di me bardato con sciarpa e cappotto, con un ombrello in mano che stava per diventare un'arma contundente verso i giocatori. A Milano, contro ogni pronostico, il Bologna stava imprigionando l'Inter, bloccando il tabellino dell'incontro sullo 0-0. Lo spettatore davanti a me si girò più di una volta a guardarmi, ma rimase impietosito dalla mia tenera età e non mi disse nulla di quell'ombrello che lo aveva ripetutamente colpito. Mio padre cercò di calmarmi una sola volta, poi fu assorbito dalla partita e mi lasciò perdere, tanto sapeva che non avrei smesso. Due flash, scrivevo pocanzi, e il primo è proprio questo dell'ombrello che si agita nel vuoto. Il secondo, molto più soave, è un missile terra-aria di Alex Bianchi che chiude la sua corsa nel sette. Per di più all'ultimo minuto. Tra le tante cose che non ricordo, manca anche il giorno in cui recuperai la voce, ma per qualche tempo devo essere sembrato un incrocio tra Zdenek Zeman e Dino Zoff. Fossero almeno giocatori dell'Inter!